venerdì 20 luglio 2012


FESTA D'A PITA AD ALESSANDRIA DEL CARRETTO


L'antico rito dell'abete nella festa patronale di S. Alessandro
Dopo mesi freddi trascorsi nelle case, intorno ad un piacevole
camino, dedicati alla preparazione delle conserve per tutto l'anno,
ecco che tutti i sacrifici trovano ricompensa con un clima più mite e
piacevole che annuncia il pieno della primavera e la prima vera
uscita con la festa che prende il nome dal suo protagonista :l'abete.

La festa è dedicata a Sant'Alessandro Martire, patrono di Alessandria
del Carretto, il borgo fondato dai Marchesi Pignone del Carretto,
ultimo comune della provincia di Cosenza ai confini della Lucania.
Questo rituale, che affonda le sue radici negli antichi culti arborei
del Mediterraneo, è simile a quello dei paesi lucani di Rotonda,
Viggianello, Acettura, con la differenza che l’albero qui è trasportato
a braccia, mentre in Lucania sono coppie di buoi a trascinarlo.

L’abete, scelto giorni prima nel bosco di Spinazzeta, viene portato
per una strada sterrata, ripida e fangosa, tramite pertiche legate al
tronco con “tortiglie” di pruno selvatico, da circa 70 tiratori, mentre
gruppi di ragazzi accompagnano con il suono di zampogne e
tamburelli, altri ballano la tarantella ed altri ancora offrono e
bevono bicchieri di vino.

Alle soste previste durante il tragitto il vino annaffia
abbondantemente formaggi e salumi. Libagioni ed abbuffate sono
antico retaggio di una società contadina che in quell’occasione
spezzava l’abitudine di pasti frugali legati alle risorse della terra.
Bere vino durante il rito era ritenuto cosa sacra.
Chi rifiutava di bere
portava cattivo augurio al rituale propiziatorio di una buona annata
di raccolti e di benessere sociale.
Durante la festa oggi bevono anche le ragazze.
Anni addietro alle
donne non era permesso di entrare nel bosco per partecipare alle
operazioni; esse aspettavano gli uomini “tiratori” all’ingresso del
paese, per rifocillarli con cibi tipici locali, dai sapori unici.
Allora tutto si spiegava con la forte simbologia sessuale del rituale: il
tronco dell’abete s’incontra e si unisce con la cima, tagliata da un
altro abete, conservata con cura e intatta, che rappresenta la parte
femminile in questo “matrimonio” dell’albero.

Il rito di fertilità che propizia il buon andamento dei raccolti
termina con l’abbattimento dell’albero. Morte e rigenerazione.
La
tradizione vuole che la morte dell’albero permette la fuoriuscita
dello spirito arboreo che si spargerà per i campi e li renderà fertili.
Le espressioni di devozione e le forme di aggregazione della festa d’a
pita ci riportano ai miti mediterranei, ai culti pagani rimasti vivi nei
rituali cristiani. Il Cristianesimo popolare gradualmente in forma
sincretica si è appropriato della tradizione pagana del culto della
fertilità.

Il mito attraverso il rito dell’abete diventa realtà, si attualizza.
Nella società di oggi, in cui si è sfaldato il preminente antico sistema
magicoreligioso,
la festa del Patrono con il tiro dell’abete e il suo
divenire albero della cuccagna ha assunto un aspetto catartico e di
alta socializzazione. In questo complesso cerimoniale rinnovato il
paese si propone e si distingue; diventa simbolo principale della
propria storia e della propria tradizione culturale.
La festa della pita coinvolge le giovani generazioni.
Al rituale
dellapita, i giovani sono i protagonisti.

L’aspetto più significativo è vedere tanti giovani impegnati a tirare il
tronco d’abete o a suonare la zampogna, uno strumento di antica
tradizione che testimonia la passione e l’impegno di questi ragazzi a
custodire la memoria storica del proprio paese, rinnovando la
tradizione locale.

Sono per lo più giovani universitari, bocca alle canne della
zampogna e zaino in spalla, che s'impegnano a tutelare questo
antico strumento a fiato di musica popolare e le tradizioni della
propria terra.

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